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TRE RAGIONI PER TRASFERIRE IL TFR NEL FONDO PENSIONE

Il sistema pensionistico italiano ha subito numerose revisioni negli ultimi anni e sicuramente la più importante è il graduale passaggio dal calcolo retributivo dell’assegno pensionistico a quello contributivo.

Cosa vuol dire?

In breve, significa che la pensione non viene più determinata sulla base dell’ultima retribuzione percepita – tipicamente al culmine della carriera, con uno stipendio, in genere, più alto rispetto ai primi anni di lavoro – ma sulla base dei contributi versati nel corso dell’intera vita lavorativa.

Se a questo aggiungiamo il fatto che il lavoro è diventato sempre più flessibile e frammentato ne consegue che i giovani, ovvero i pensionati del futuro, difficilmente potranno contare su un tenore di vita in continuità tra lavoro e pensione, facendo quindi affidamento sul solo assegno pensionistico pubblico e ampliando sempre più il cosiddetto GAP Previdenziale.

Per le generazioni più anziane destinare il proprio TFR in un fondo pensione aveva probabilmente meno valore anche perché in passato si manteneva il medesimo posto per tutta la vita lavorativa, o quasi.

Oggi la situazione è completamente diversa con cambi di posti di lavoro più frequenti, dovuti al mercato del lavoro o a concrete possibilità di migliorare la propria posizione lavorativa. 

Va quindi sottolineato che ogni volta che si cambia lavoro il TFR lasciato in azienda viene liquidato e tassato!

Si capisce quindi che il TFR, in questo modo non può assolvere alla funzione di fondo per il futuro, men che meno se viene tassato in modo pesante, come effettivamente accade normalmente.                                        

Non bisogna mai dimenticare quello che succede al TFR al momento del pagamento: il trattamento di fine rapporto è infatti soggetto a tassazione separata.

Diverso il discorso per il TFR versato nel fondo  pensione, al quale si applica il regime fiscale agevolato per le forme  di previdenza complementare.

PRIMO MOTIVO: LA TASSAZIONE

Alla pensione integrativa si applica una ritenuta a titolo d’ imposta, con aliquota massima del 15%, laddove invece normalmente si andrebbe incontro a tassazioni  variabili dal 23% al 43%.

Vediamo un esempio:

Se Andrea lascia il TFR in azienda, maturando 100.000 euro di trattamento di fine rapporto, si troverà a pagare (calcolando una tassazione media del 30%, tra i due limiti del 23% e del 43%) 30 mila euro di tasse.

Se invece Andrea decidesse di versare il medesimo TFR nel proprio fondo pensione, con una tassazione del 13% (in questo caso la tassazione variabile si muove tra il 15% e il 9%) si troverà a pagare solamente 13 mila euro di tasse.

Parliamo della bellezza di 17 mila euro di differenza!

SECONDO MOTIVO: LA POSSIBILITA’ DI CONTRIBUIRE CON UNA QUOTA PERSONALE

Nel TFR mantenuto in azienda non si possono effettuare dei versamenti volontari.

A differenza del fondo pensione dove si può contribuire con una propria quota in aggiunta a quella versata dal datore di lavoro un aspetto questo molto interessante perché in questo modo  si beneficia della deduzione annuale dal proprio reddito imponibile del contributo versato nel fondo pensione.

Possiamo pertanto portare in deduzione fino a un massimo di 5.164 euro e avere così  ulteriori benefici fiscali.

TERZO MOTVO: IL RENDIMENTO

Se proviamo a confrontare i rendimenti su un orizzonte temporale medio lungo vediamo che negli ultimi 10 anni e mezzo dal 2010 a giugno 2021 i rendimenti sono stati:

  • fondi pensione aperti: 4,6%
  • tfr rivalutato: 1,9%

Attenzione!!!

Con un orizzonte temporale medio lungo poi conviene sicuramente optare per la linea azionaria che amplifica ancor di più la differenza di rendimento.

Ancora dubbi su quale sia la scelta giusta?