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Inflazione quale impatto sui nostri risparmi?

Mercoledì 30 novembre 2022 l’Istat comunicherà il dato preliminare sull’inflazione in Italia a novembre 2022. Con riferimento all’indice nazionale dei prezzi al consumo gli analisti indicano un incremento dell’11,3% su base annuale.

Nella zona Ocse, che riunisce i Paesi più sviluppati, i prezzi sono cresciuti del 8% nel 2022 e livelli così elevati non si vedevano da anni.

Un aumento dei prezzi di queste dimensioni non si era mai visto nell’ultimo quarto di secolo, è un dato che si fa notare e di cui tutti parlano.

Come va interpretato, dunque, questo fenomeno? E, prima di tutto, in cosa consiste l’inflazione? 

L’inflazione è una crescita progressiva del livello generale dei prezzi nel tempo. Se i prezzi aumentano, la moneta perde valore: con 100 euro di ieri, oggi puoi comprare meno cose, e se il tuo stipendio non cresce alla stessa velocità dei prezzi, stai perdendo potere d’acquisto. 

L’aumento dei prezzi viene indicato con il cosiddetto tasso di inflazione: una percentuale che, per convenzione, esprime la variazione nell’arco di un anno.

Come si calcola l’inflazione?

In Italia il tasso di inflazione è calcolato dall’Istat che costruisce a tavolino un paniere di beni e servizi, rappresentativo dei consumi reali delle famiglie. Un paniere che viene modificato nel tempo per replicare fedelmente i consumi degli italiani, dando al prezzo di ciascun elemento il peso con cui va a incidere sul portafoglio dei consumatori. 

Ma perché i prezzi sono aumentati così tanto?

La crescita dei prezzi solitamente è collegata ad un aumento dei costi di produzione oppure a una maggiore domanda. Spesso i due fenomeni si sovrappongono e contribuiscono a originare l’inflazione. E’ la situazione attuale

Se analizziamo il nostro paniere è evidente che il settore che ha inciso maggiormente sull’ aumento inflazionistico è quello della produzione di energia. Rispetto il 2020 i beni energetici hanno subito un aumento dei prezzi del 30,6%. Una crescita dovuta alla mancanza di risorse con le riserve di gas naturale in Europa ai minimi storici.

La regola è molto semplice:  se l’offerta non soddisfa la domanda, i prezzi crescono.

Il settore energetico non è però l’unico ad avere sofferto della mancanza di offerta e di un aggravio dei costi.

L’economista statunitense Paul Krugman ha spiegato che nel 2021 si è inceppato il “nastro trasportatore”, e il mondo ha vissuto una grande crisi logistica. Nella catena delle forniture si sono creati veri e propri colli di bottiglia e tuttora non si riesce a far fronte a una domanda straordinaria di beni, che negli ultimi mesi è stata originata anche dalle varie politiche di recovery post-Covid.

Di conseguenza se aumentano i prezzi diminuiscono anche i risparmi.

Perché i capitali, piccoli o grandi che siano, a causa di una maggiore inflazione, perdono valore e con le medesime somme si potranno acquistare meno beni e meno servizi.
La scelta degli italiani di lasciare 1.143 miliardi di risparmi in giacenza sui conti bancari subisce l’impatto dell’aumento del costo della vita che ha già eroso una somma complessiva stimabile in circa 92 miliardi di euro.

E’ evidente quindi che mantenere una eccessiva liquidità in conto ha una certezza:

si subisce l’ inflazione, cioè l’aumento progressivo del livello medio generale dei prezzi o anche la diminuzione progressiva del potere di acquisto della moneta.

E’ evidente che il conto corrente rappresenta una certezza di perdita e non deve essere considerato, come in troppi fanno, uno strumento di risparmio.

Mai come ora bisogna impostare una protezione dall’ inflazione dato che 10.000€ fermi in conto corrente con un tasso di inflazione del 4% dopo cinque anni hanno un valore reale di 8.480€.

Investire non è una scelta ma è necessario per avere almeno una protezione dall’ inflazione che compensi la progressiva diminuzione del potere di acquisto della moneta