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cronistoria di un debito

i nodi vengono al pettine

#iorestoinformato

Se l’Italia si ritrova sempre nel mirino dei mercati nonostante le dimensioni della sua economia e l’avanzo primario è per due motivi: una crescita stentata e un debito pubblico colossale, con la conseguente spesa per interessi.

Ma come, quando e perché si è formato il debito che condiziona così fortemente i nostri attuali bilanci?

Il primo boom del debito italiano si verifica nel 1897, con la crisi economica di fine Ottocento, quando raggiunge il 117% del Pil nonostante un saldo primario positivo salvo poi rientrare al 70%.

Nel primo dopoguerra l’enorme debito contratto per lo sforzo bellico tocca il 160% del Pil e dopo quattro anni è ancora al 140%, rientrato definitivamente con la cancellazione dei debiti di guerra.

La crisi del 1929 e la Grande Depressione tornano a far gonfiare il debito portandolo all’88% del Pil ma è con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale che torna ovviamente a far salire il debito raggiungendo il 108% nel 1943. Rientra nel dopoguerra con un’inflazione spaventosa che sbriciola il debito, riportando il rapporto con il Pil al 40% (nel 1946).

La quarta fase di boom del debito è quella di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Dal 1968 al 1983 la situazione delle nostre finanze pubbliche inizia ad appesantirsi pur con una  buona crescita economica, attorno  al 3% medio annuo, ma condizionata con la crisi petrolifera del 1973 che fa esplodere l’inflazione dal 5,2% del 1972 al 19% del 1974.

In questi anni il processo di miglioramento del welfare comporta un aumento della spesa pubblica che, associato alla stagnazione delle entrate, determina una chiusura dei bilanci in pesante deficit fino a toccare un +10%, il triplo rispetto alle soglie del Trattato di Maastricht del 3%.

Arriviamo così ai primi anni Ottanta in condizioni sudamericane con un’inflazione che viaggia intorno al 17% che divora il potere d’acquisto di stipendi, risparmi e pensioni. I tassi d’interesse superano il 25% e lo spread tra i decennali italiani e quelli della Repubblica federale tedesca tocca il record di 1175 punti base.

In questi anni i Governi italiani continuano a non rispettare le soglie del trattato di Maastricht e a mantenere saldi primari negativi sfiorando il 15%, non curanti della disciplina di bilancio. Il debito decolla con un’inflazione che non scende sotto il 10% fino al 1985 e per trovare acquirenti di BoT e BTp il tasso medio dei nostri titoli di Stato resta sempre a doppia cifra.

Il debito diventa spaventoso passando dal 60% nel 1980 al 100% del Pil nei successivi dieci anni. Anni, che pur con una buona crescita economica, non risolvono il grande problema dei tassi di interesse reali che dobbiamo pagare sul debito. Viaggiano intorno al 5%, con un’incidenza della spesa per interessi sul debito pubblico che nel 1994 raggiungerà il 12% del Pil.

Arriviamo poi all’ estate del 1992, dopo la firma del trattato di Maastricht, quando un violento attacco speculativo sui mercati spinge la sterlina britannica e lira quasi fuori dal sistema costringendo Bankitalia a una svalutazione brusca del 7%.

Nel 1994 il debito pubblico raggiunge il 124% del Pil. Da allora è passato quasi un quarto di secolo e siamo rimasti con un passivo superiore al 130% del Pil.

Ma ora la contrazione del Pil e l’aumento del deficit per la crisi del Covid-19 condannano l’Italia a una esplosione del debito pubblico che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, potrebbe balzare al 155,5% nel 2020.